Un incontro contro i mostri della storia

“La società italiana ha fatto una scelta sugli anni di piombo. Le vittime devono tacere e piangere. Gli ex terroristi devono tacere e rimanere ai margini della società.”

Così ha ben sintetizzato la rimozione degli anni di piombo dalla storia italiana Giovanni Ricci, figlio di Domenico, appuntato dei Carabinieri trucidato, insieme agli altri quattro componenti della scorta di Aldo Moro, il 16 marzo 1978 in Via Fani a Roma.

L’Azione Cattolica diocesana ha provato a fare una purificazione della memoria attraverso la presentazione del volume, edito dal Saggiatore, “Il libro dell’incontro”, che narra del percorso intrapreso insieme dalle vittime e dagli appartenenti alla lotta armata.

Ospiti della serata sono stati Padre Guido Bertagna, gesuita e curatore del volume nonché mediatore del percorso, Adriana Faranda esponente di spicco delle Brigate Rosse che partecipò alla strage di via Fani e al sequestro e omicidio di Aldo Moro e appunto Giovanni Ricci.

La chiesa di San Giorgio, che ha ospitato l’incontro, era gremita da persone di ogni età giovani, adulti e anziani e di diversissima estrazione sociale e culturale che hanno voluto ripercorrere o conoscere insieme ai protagonisti la storia di quegli anni così bui per il nostro paese.

Padre Bertagna ha introdotto la serata raccontando il percorso d’incontro fra le due parti che nasce verso la fine degli anni ’90 al Centro San Fedele di Milano, dove i gesuiti stampano le loro due più importanti riviste La Civiltà Cattolica e Aggiornamenti Sociali. Padre Bertagna svolge la sua attività anche presso il carcere di San Vittore e mette insieme tantissimi contatti, che erano iniziati già alla metà degli anni ’80 quando il movimento terroristico di sinistra era andato pesantemente in crisi e per molti ex terroristi un punto di riferimento era divenuto un altro gesuita l’allora Arcivescovo di Milano Cardinale Carlo Maria Martini.

Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo Padre Bertagna incontra diversi persone di entrambe le parti e sale il desiderio del confronto con la parte avversa. Ciò avviene in modo strutturato dal 2008 grazie a quelli che saranno poi i curatori del volume oltre a Padre Bertagna, Claudia Mazzucato docente di diritto penale presso l’Università Cattolica di Piacenza e Adolfo Cerretti criminologo, divengono i mediatori di questo percorso. Il metodo è quello della giustizia riparativa che si era cominciata a sperimentare nel Sud Africa uscito dall’apartheid grazie al lavoro dell’African National Congress guidata da Nelson Mandela e dal vescovo Desmond Tutu. Gli incontri si sono poi maggiormente strutturati con due gruppi uno a Roma e uno a Milano. Agli incontri erano presenti anche giovani universitaria definiti “i primi terzi”. Vittime e responsabili negli ultimi anni hanno vissuto anche settimane di convivenza e vita comune. È stato e continua ad essere, un percorso difficile che ha però segnato profondamente la vita rimasta spesso sospesa dei protagonisti di quegli anni.

“La mia vita – ha affermato Giovanni Ricci – è iniziata il 16 marzo 1978 quando aprendo l’edizione straordinaria del quotidiano La Repubblica, uscita nel pomeriggio, ho visto in seconda pagina la foto di mio padre sull’asfalto crivellato di colpi senza il lenzuolo. Da quel momento un mostro si è impadronito di me e ha fatto crescere l’odio dentro di me verso chi mi aveva fatto così tanto male. La giustizia civile non ha fatto altro che far crescere quest’odio verso quegli uomini e quelle donne chiusi nelle loro gabbie. Ho cercato di vincere quel mostro e sono stato fortunato di avere un amico come Padre Guido, che mi ha introdotto nel 2012 in questo percorso. Non è stato semplice. I tre mediatori sono venuti a casa mia e abbiamo discusso a lungo. I primi incontri erano carichi di un confronto aspro e alle volte anche qualche sedia è volata. Oggi posso dire che l’aver incontrato i volti e l’umanità dei responsabili della lotta armata mi ha fatto riconciliare in primo luogo con me stesso abbandonando per sempre quel mostro che avevo dentro. Mi sono riconciliato anche con loro e oggi ho veramente perdonato Adriana Faranda e anche la persona che ha sparato a mio padre che ho avuto l’occasione di incontrare e conoscere.”

“In questo percorso ho avuto la possibilità – ha affermato Adriana Faranda – di confrontarmi con la carne viva che avevo ferito e dilaniato. Ancora oggi sono indignata per l’ingiustizia sociale forse più di allora ma ho la consapevolezza che il metodo violento era sbagliato ed ogni cambiamento deve partire dalla non violenza. Sono forse stata una brigatista anomala perché il mio disaccordo politico con le BR parte proprio dalla decisione di uccidere Aldo Moro e ne sono immediatamente uscita dopo il ritrovamento del corpo dello statista. Ho passato un anno inseguita sia dai miei compagni che dalla polizia, che mi ha catturato proprio un anno dopo. Dal carcere ho dato vita al movimento dei “dissociati” consapevole che bisognava dare una risposta politica a chi ancora era libero e sparava. Il messaggio era quello di un metodo totalmente sbagliato. Era un metodo che non faceva i conti con l’umanità di chi ci stava davanti. Gli uomini erano ridotti a funzioni e noi stessi eravamo ridotti a funzioni in questo fantomatico processo rivoluzionario.”

Tante sono state poi le domande venute da un pubblico attento e colpito da questo percorso umano e di riscoperta storica unico nel nostro paese.

Massimiliano Franzoni
Presidente diocesano AC

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