La nuova stagione sarà vuota senza vigilanza civile e una vera partecipazione dal basso

Riflessioni sui cambiamenti politici in corso a partire dal passo indietro di Berlusconi.

Qualcuno aspettava "segnali da Roma", e questi, tra mille contraddizioni, stanno arrivando. Berlusconi fa un passo di lato e convoca le primarie del Pdl, nella speranza che la sua assenza faciliti la nascita di una nuova coalizione di centrodestra. Bersani, accettando la sfida di Renzi e di Vendola alle primarie, mette alla prova la tenuta culturale e la capacità di governo del Pd e della sinistra. Casini, un po' in anticipo rispetto agli altri due leader, ha espresso la volontà di lasciare campo a forze moderate della società civile favorevoli ad un Monti-bis. Dei quarantenni, due in particolare, Alfano a Renzi, provano a dire la loro, il primo gravato però dal peso di una autonomia ancora non dimostrata, il secondo da un’assolutizzazione del tema rottamazione che, dopo aver seminato un positivo panico, comincia a presentare i primi limiti. Sono tutti "segnali", appunto, non ancora certezze. Che tra l'altro arrivano in un preoccupante vuoto di contenuti onesti da offrire al Paese e, oltretutto, con una lentezza tale da agevolare, e non frenare, l'ascesa di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle.

 

Sta di fatto che nessuno, al momento, può mettere le mani sul fuoco sulla reale e sostanziale uscita di scena del Cavaliere. Nessuno può credere a cuor leggero che rimettere insieme vecchie ed eterogenee coalizioni dandogli nomi nuovi sia di per sé un'operazione credibile ed efficace. Nessuno, dopo le cocenti delusioni del passato, può credere che quel pezzo di carta chiamato "programma" possa conciliare chi ha direzioni, sensibilità e soprattutto interessi diversi. Nessuno può illudersi che una nuova classe dirigente nasca di punto in bianco attraverso una gentile concessione dei leader uscenti, dei cosiddetti "padri nobili". Nessuno può essere così ingenuo da confondere la vera "società civile" – quella che serve il bene comune giorno per giorno e che la politica continua ad evitare perché scomoda e radicale – con i comitati d'affari eterodiretti che stanno proliferando solo per dare una ripulita superficiale alla politica. Nessuno è autorizzato a credere che un processo di cambiamento possa nascere a tavolino, sopra la testa di tutti, dai miopi accordi di un manipolo di persone influenti. Nessuno può spingersi sino al punto di pensare che basta un volto giovane per riconciliare cittadini e politica. Nessuno, ancora, deve cascare nel tranello che la prossima sarà una campagna elettorale "normale", con tanto di slogan e ricette miracolose, perché di normale, nel cuore di una crisi che ci impone, per uscirne, di osservare regole e patti europei, non c'è proprio nulla.

Insomma, i "segnali da Roma" sono solo un primo parzialissimo passo, che ancora non depurano il Paese dal male più grande degli ultimi anni e forse della sua storia democratica: l'assolutizzazione della politica e dei suoi leader carismatici o burocratici, con il corollario della loro presa tentacolare – e spesso segnata da illegalità e malcostume - sulle istituzioni, sull'economia, sulla cultura, sui valori e sui beni di tutti, con la conseguenza nefasta della personalizzazione violenta della competizione politica, con il risvolto comico di un provincialismo esasperato che ha causato spesso l'ilarità dei leader e della stampa estera.

Perché i "segnali" diventino qualcosa di diverso ci vuole altro. Siamo davvero ad un incrocio pericoloso e insieme denso di opportunità. Possiamo fingere di credere che qualcosa di incredibilmente nuovo stia nascendo, firmando la solita delega in bianco a chi ne gestisce le dinamiche. Oppure metterci al volante della macchina, esercitando il dovere della vigilanza perché sotto i nostri occhi non si consumino false svolte, esercitando la virtù della partecipazione diretta e dell’informazione consapevole per non essere raggirati, esercitando il compito gravoso del controllo sul potere per distinguere grano e zizzania, spingendo a più non posso, con una pressione chiara e instancabile, perché le istituzioni e i partiti si riformino e si diano regole nuove, dall'urgentissima legge elettorale sino alla gestione della vita interna alle formazioni politiche. Regole che garantiscano alternanza, rinnovamento, trasparenza, legalità e meritocrazia.

È questo il momento in cui novità ancora poco chiare generano facili entusiasmi, in cui ciascuno si sente un po' il cittì della Nazionale e disegna allegramente su una lavagna schemi, tattiche e formazioni. Ma senza un diretto coinvolgimento della "gente normale" nella vita dei territori e delle istituzioni, rischiamo di andare incontro ad un nuovo ventennio di false promesse, colossali illusioni e pesanti delusioni. Il "nuovo" non può che essere la combinazione virtuosa tra un sistema che si mette finalmente in discussione (ecco il valore dei primi enigmatici "segnali da Roma") ed una massiccia dose di partecipazione vigilante, che ci trasformi definitivamente da elettorato clientelare e passivo (e i fatti di cronaca dimostrano che non c'è differenza dalla Lombardia alla Sicilia) a cittadinanza protagonista e attiva.

In questo senso, a prescindere dai provvedimenti, spesso discutibili, e a prescindere da ogni preferenza personale perché al governo dei tecnici sia affidato un nuovo mandato, è da dire che l’esecutivo Monti ha fatto bene agli italiani. Ci ha messi di fronte all'evidenza che dobbiamo capirne di più, dei nostri vizi e delle virtù, dei nostri drammatici ritardi e dei nostri punti di forza, dello scenario europeo e internazionale in cui ci muoviamo e dei grandi attori finanziari che determinano la qualità della vita dei popoli. Ci ha fatto riscoprire il senso delle competenze e la complessità dei problemi, ma anche la necessità della mediazione politica pragmatica e delle scelte proiettate almeno nel medio termine. Questo metodo – e l'evidente consenso che esso suscita tra la gente di buon senso e priva di forti appartenenze politiche - i partiti forse non l'hanno compreso ancora, perché le loro "mosse", per il momento, ancora riflettono la vecchia idea di un'Italia inginocchiata, ingenuotta e manipolabile con qualche capriola dialettica. Sta a noi, allora, cercare di non perderlo questo metodo, ma anzi di coltivarlo e imporlo come l’unico possibile, onde evitare l'affidamento fatalista, cieco e colpevole al nuovo demiurgo, alla nuova maionese impazzita di leader "fratelli-coltelli", al circo - riverniciato per l'occasione - dei partiti chiusi ed autoreferenziali.

Marco Iasevoli

Giornalista di Avvenire già Vice Presidente nazionale AC settore giovani

Articolo tratto dal sito AC nazionale www.azionecattolica.it

 

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