Il carcere tra giustizia riparativa e perdono: la testimonianza del cappellano di Bollate

Martedì 15 novembre nella parrocchia di San Giuseppe Lavoratore, il settore adulti ha organizzato un incontro sul tema carcere e giustizia riparativa invitando a portare la propria testimonianza il cappellano del penitenziario di Bollate don Fabio Fossati.

Durante l’incontro il cappellano è partito dalle radici della giustizia riparativa contenute sia nella costituzione sia nella Bibbia per poi passare a raccontare la propria esperienza all’interno del penitenziario.

Il carcere dovrebbe essere innanzitutto un luogo di riabilitazione e recupero della persona nell’ottica del suo reinserimento nella società, Bollate nasce agli inizi degli anni 2000 come progetto sperimentale da allargare poi a tutti i penitenziari italiani proprio con queste finalità: mettere la persona al centro e adoperarsi per il suo reinserimento sociale, in quest’ottica quindi istruzione e possibilità di lavorare fuori dal penitenziario durante la giornata diventano suoi capisaldi.

Questo approccio è durato soprattutto nei primi anni, mentre con il passare del tempo a causa di problemi legati alla sicurezza e da ultimo all’emergenza sanitaria c’è stato un ridimensionamento di questa spinta innovativa del penitenziario milanese che rimane comunque all’avanguardia sul territorio italiano in tema di iniziative intraprese a favore dei detenuti. Il cappellano raccontando della sua esperienza si è poi soffermato su alcune storie di giustizia riparativa, ovvero storie di persone a cui il periodo vissuto carcere ha permesso di prendere coscienza dei propri errori e di tornare nella società pienamente riabilitati. Purtroppo a fianco di queste ce ne sono tante altre di persone che una volta uscite dal carcere sono tornate immediatamente a delinquere e sono tornate quindi dietro le sbarre.

C’è quindi ancora molto lavoro da fare sia dal punto di vista politico sia da quello sociale perché i penitenziari italiani non siano luoghi di isolamento assoluto, fatti di vessazioni morali e talvolta anche fisiche, di abbandono fine a se stesso, ma si trasformino in luoghi di ascolto, recupero e reinserimento con la consapevolezza che un penitenziario che assolve pienamente alla sua funzione permette di spezzare la catena del male di cui sono vittime i carcerati e rendendo la società in cui viviamo più sicura.

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